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Home Terre di Ezzelino Romano d'Ezzelino

Romano tra inferno e paradiso

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Romano d’Ezzelino é un paese di confine, stretto tra la provincia di Vicenza e quella di Treviso, stretto tra il suo passato troppo illustre e il suo presente troppo anonimo, stretto tra l’inferno e il paradiso, stretto tra la dannazione del suo Signore, Ezzelino III, e la devozione al Signo­re. Stretto e lungo (geograficamente), lungo disteso dal Monte Grappa ai suoi mille anni di storia.

Da otto secoli Romano non é più il centro delle attenzioni politiche, economiche e culturali d’Europa. Più o meno da quando Ezzelino da Romano, capitano imperiale di Federico II di Svevia (di cui era genero, dopo le nozze con la figlia Selvaggia), controllava da qui il fon­damentale passaggio del Brennero e sognava un grande stato che congiungesse la Marca trevigiana a Milano. Un sogno che gli costò la vita e il paradiso (visto che si scontrava con gli interessi secolari del papato): Dante lo incontra infatti lessato “nel bollor vermiglio” del primo girone del vii cerchio dell’Inferno “E quella fronte ch’ha ‘l pel così nero/ è Azolino” (Inferno, xii,110).
Ma è grazie ad un’altra da Romano che la città pedemontana entra nella Divina Commedia e nel Paradiso dantesco: Cunizza. È la voce di lei – nelle terzine dell’opera divina – a rendere immortale il colle da cui ebbe origine la storia e il mito romanese.
“In quella parte de la terra prava
italica, che siede tra Rialto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’alto,
là onde scese già una fecella
che fece alla contrada un grande assalto”. (Paradiso IX, vv. 22-35).

Torre Ezzelina

Ma Romano non è solo la saga degli Ezzelini.
Dopo la strage di San Zenone del 1260, quando venne sterminata la famiglia di Alberico, Romano entrò nel distretto asolano del comitato di Treviso; a differenza di Bassano e della sinistra del Brenta che passò prima a Padova, poi a Vicenza. Così, all’inizio del Trecento, Romano divenne confine di stato della Repubblica di Venezia. Lo restò per quasi un secolo, finché Bassano non chiese l’annessione alla Serenissima nel 1404. Con Bassano però le liti non finirono. Erano iniziate qualche anno prima, nel 1328, scrive Brentari, quando Bassano fu accusata di aver usurpato 3 mila campi di Romano. Si continuò a litigare fino alla fine dell’Ottocento per quei campi e quella linea che da nord a sud divide Romano da Bassano, e lo fa ancora: i confini, si sa, sono nella testa della gente.

Pensare a Romano significa pensare al suo condottiero, ma anche ai suoi sette colli (sì, proprio come Roma): Colle della Rocca, Colporo, Colle delle Streghe, Colle Belvedere, Colle Marcon, Colle Molino, Colle dei Conti; e significa pensare in versi, perché la poesia da sempre canta di Romano: da Dante fino a Giacomo Zanella, a Jacopo Vittorelli, che visse qui alcuni dei suoi ultimi anni. E significa pensare ai “suoi” santi, Felicita, Antonio (che incontrò e secondo gli affreschi del tempio di Romano, vinse Ezzelino) e Gregorio Barbarigo, che qui soggiornò molte volte nel suo cammino pastorale, e infine il vescovo Girolamo Bortignon (morto a Padova, nel 1992 e santo nel cuore dei romanesi). E poi le nobili famiglie e gli sconosciuti braccianti, le osterie e i preti, la rivalità delle contrade, il lavoro e le guerre.
Famosa e ancora viva nel ricordo della gente è la battaglia del 1509 (gli anni della lega di Cambray), quando due squadre dell’esercito veneziano, avendo ricevuto soccorso da Bassano, vennero a battaglia contro i tedeschi dell’imperatore Massimiliano Arisdordo, presso la chiesa di San Giacomo. Così determinante fu l’aiuto dei romanesi che il provveditore di Venezia, Antonio Michieli, ordinò che ogni 1° maggio le autorità bassanesi celebrassero messa nella Chiesa di San Iacobi de Ture e offrano frittelle di sambuco agli abitanti di Torre in segno di riconoscenza (l’ultima volta che fu rispettato questo voto era il 1997!).
Del 1796 è invece un’altra importante presenza militare a Romano: in villa Cornaro infatti fecero campo, nel 1796, gli Hohenzollern, durante la campagna italiana di Napoleone Bonaparte. Nella barchessa fu posta la cancelleria di guerra, mentre i campi circostanti furono usati per gli accampamenti di Ussari e Ulani. E così fu durante la Grande Guerra: “Qui il comando del XXVII Corpo d’Armata preparò e diresse, con sapiente arte di guerra, l’invitta resistenza sul Grappa”, si legge in una facciata della Villa. Non è sconosciuta la guerra a queste contrade (non è un caso se qui, nacque il “figlio del diavolo”… ) che hanno ancora nella memoria, vivido il ricordo delle vicende belliche delle due guerre mondiali che, fecero risuonare il loro strepitio fin sulle soglie di casa dei romanesi.

Ma se Inferno e Paradiso hanno avuto uno scontro terreno, se esiste sulla terra un luogo dove demoni e santi abbiano lottato tanto ferocemente da lasciare le loro cicatrici nella memoria delle genti, questo luogo è Valle Santa Felicita. Valle Santa Felicita è adesso “solo” un monumento della natura, un lembo di territorio di Romano, buono da passarci la domenica pomeriggio a prendere il sole o a fare una camminata. Ma per moltissimo tempo Valle S. Felicita era Romano. Un centro brulicante di vita, la piazza di uno dei maggiori mercati della zona (concesso dall’imperatore Ottone III nell'anno 1000, era tanto importante che quando Montebelluna chiese a Treviso di aprirne uno suo, fu stabilito che non dovesse intralciare le fiere di S. Felicita, S. Lucia e Castelfranco) e infine, il fulcro di centinaia di storie (o leggende). Dalla santità delle sue monache di clausura, all’eresia dei monaci. Dalla furia del fantasma di Ezzelino, che qui si aggira in catene, alla furia dell’acqua di una alluvione che cancellò l’antico monastero (era 15 luglio del 1636) ma custodì, dentro alla sue acque, un’immagine sacra che arrivò fino a Mussolente, dove fu raccolta e (da allora, fino ai nostri giorni) venerata come Madonna dell’Acqua.

Una storia più che millenaria, un condottiero leggendario a cui si è votata, i suoi sette colli, la sua Valle, la forza della sua gente. Romano non è più certo il centro delle attenzioni politiche, economiche e culturali d’Europa, ma mantiene intatto il suo valore storico, culturale, paesaggistico, più di qualunque altra città abbarbicata ai piedi del Grappa.

(testo adattato da Simone Cavallin, io sono Romano, 2004)

 

Testo di Simone Cavallin autore del libro io sono Romano, 2007, Romano d’Ezzelino
Si ringrazia il Vicesindaco del Comune di Romano d’Ezzelino Remo Seraglio

 
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