Quattro mogli in vita e molte di più… in morte. Ad Ezzelino da Romano sono state attribuite le peggiori crudeltà, comprese quelle contro il gentil sesso, odiato e perseguitato ferocemente. Una tradizione che ha inventato anche infinite leggende e incredibili aneddoti (come il matrimonio con Caterina Cornaro, nata 195 anni dopo la sua morte). Una donna “di Ezzelino” su tutte ha però infiammato la fantasia di scrittori e poeti: Bianca de’ Rossi.
Un quadro esaustivo sui rapporti di Ezzelino con le donne, nella leggenda e nei racconti popolari si deve in particolare a Ottone Brentari, che alla fine degli anni ottanta del xix secolo raccoglie le testimonianze e le varianti di questi rapporti, soffermandosi necessariamente sulla vicenda di Bianca.

«[...] E la donna? Questo essere che, sulle ali d’angelo scende alla nostra vita, non rasserenò mai col suo sorriso l’anima cupa di Ecelino? Le carezze ed i baci d’una donna amata, non poterono mai far ispuntare un sorriso su quelle labbra use solo al comando di guerra ed agli ordini sanguinari? Ed un bambino adorato, colle sue carezze ineffabili , non fece mai palpitare d’ amore paterno quel cuore, plasmato cosi insensibile e duro?
I cronisti a lui contemporanei o di poco posteriori, il Monaco, il Godi, il cronista estense, il Malvezzi, il Ventura, l’anonimo autore degli Annali di Milano, Giovanni de’ Mussi, ed altri , sono unanimi nel dire che Ecelino odiava le donne, e che dal loro amore rifuggì sempre; ed anche gli scrittori, che più gli sono avversi, e che dicono di lui tutto il male possibile ed impossibile, convengono nel confessare che egli non era appassionato per il bel sesso.
Solo qualche storico narra che nel 1219, ammalatosi a Padova in casa dei Bonici il padre di Ecelino, questi, che aveva allora 25 anni, venne ad assisterlo; ed in tale occasione amò riamato Gisla dei Bonici, dalla quale ebbe un figlio. Molti anni appresso Pietro dei Bonici venne da Ecelino condannato a morte; ma Gisla, gettatasi ai piedi del tiranno, rammentandogli l’antico amore, e protestando che Pietro era suo figlio, supplicò che gli perdonasse; ed allora Ecelino, nella sua paterna e magnanima misericordia, cambiò a Pietro la pena di morte in quella della prigione a vita, e lo mandò a morire nel castello di Angarano
Dopo questo amoretto giovanile, pure ammettendo che esso sia vero. Ecelino ebbe quattro mogli, le quali, povere infelici , non devono certamente avere passata una vita molto lieta.
Nel 1221 Ecelino sposò Zilia o Giglia, sorella del conte Rizzardo di Sambonifacio, il quale a sua volta impalmò la celebre Cunizza, sorella di Ecelino. Il doppio nodo gentile avrebbe dovuto legare in pace perenne le due famiglie; ma ben presto le due spose furono ripudiate e rimandate alle case loro. Di Zilia non si sa più nulla; e di Cunizza si sa anche troppo.
Nel 1237 l’imperatore Federico II, ritornando di Lombardia con Ecelino, che vi si era distinto per atti di valore, volle a questo suo fedelissimo dare una prova solenne del suo sovrano aggradimento; e fatta venire di Puglia, come vogliono i più, o di Alemagna, come narra il Moscardo, una sua figlia naturale, che avea nome Selvaggia, gliela diede in moglie. Le nozze si celebrarono nel maggio del 1238 nella chiesa di S. Zeno in Verona, nella quale città, a festeggiare il fausto avvenimento, venti giorni durarono pompe, giostre e tornei. Il buon popolo si lusingava che i sorrisi della sposina avrebbero reso Ecelino più mite e buono; ma questi, insuperbito nel vedersi genero dell’imperatore, divenne da quel giorno ancor più tremendo di prima. Come finì Selvaggia? Non lo si sa. Chi racconta che il marito la fece morire per giusta od ingiusta gelosia; e chi narra che la spense per isposare Isotta.
Di questa, che era sorella di Galvano Lancia, podestà di Padova, e parente di re Manfredi, pare egli si incapricciasse nel 1244. Non potendo averla amante, la volle in moglie: e se la sposò. Ma anche questa gli venne presto a noia; e, senza una ragione al mondo, la ripudiò. Galvano non voleva così quetamente sopportare l’offesa; ma Ecelino, che non era avvezzo a perdere il tempo in ragionamenti e disquisizioni, cacciò Galvano di Padova, e fece buttare in una prigione l’arcidiacono Filippo che aveva sentenziato che Isotta era e doveva essergli moglie.
Li 16 Settembre 1249 (dieci anni precisi prima della battaglia di Cassano), a Padova, nel palazzo del patriarca d’Aquileia nel quartiere del ponte Altinà, presenti molti cavalieri e cittadini di Padova e Vicenza, Ecelino, volendo mostrare il suo speciale affetto ed amicizia al conte Bontraverso di Castelnuovo, si promise sposo colla costui figlia Beatrice, nobile, bella, di specchiati costumi, colta; e, in secreto colloquio con lei, le fece mille promesse di servizi ed onori per la famiglia. Soltanto il mese seguente Beatrice passò, con onorevole seguito, da Padova a Verona, ed andò ad abitare col marito, il quale , per quanto si raccontava , ne era innamorato: dato che sia possibile credere, si affretta a notare Rolandino, che nella stessa persona si possano trovare assieme amore e crudeltà. Comunque sia, parve strano che questa donzella, bella e giovane, fosse data in moglie ad un uomo potente, nobile, esimio, magnifico fin che si vuole ma vecchio. Si fecero di molte ciarle e supposizioni per trovare le cause d’un tale connubio. Alcuni dicevano che Ecclino, stanco di lotte e di governo, voleva mettersi in quiete; e, visto che era quasi il solo signore della Marca, passare d’allora in poi la vita in delizie e solazzi o nel castello, che si stava fabbricando a Padova, o nel palazzo, che egli progettava allora di farsi edificare presso il Ponte Molino colle pietre delle case e torri da lui distrutte. Ma altri, più pratici delle cose del mondo, non vedeano in quella unione che un matrimonio politico; e sospettavano che unico scopo di Ecelino fosse quello di servirsi del suocero per pacificarsi col marchese d’Este e con altri suoi potenti nemici della Marca e della Lombardia, e, se fosse stato possibile, rientrare nelle grazie del papa, il quale ogni anno a Roma, nella settimana santa, e davanti a grande moltitudine di gente, ripubblicava contro di lui la scomunica. Anche in quella occasione celebrarono grandi feste i buoni Veronesi, i quali speravano che l’amore della giovane sposa avrebbe mitigata la innata ferocia del loro signore ; il quale al contrario, nel 1256, non badando alle preghiere della moglie, fece uccidere il suocero conte Buontraverso con tutti i suoi, per i soliti sospetti.
Queste furono le quattro mogli di Ecelino, cui io non presenterei certo a nessuno come modello di marito. Egli, come abbiamo già notato, odiava le donne; e, invece di baciare le loro fronti, preferiva baciare le soglie delle porte delle città conquistate, come fece entrando a Padova nel 1237, quando, giunto alla porta delle Torricelle, sollevando la visiera dell’elmo, e chinatosi sul palafreno, quella porta avidamente baciò. È questione di gusti e d’opinioni; e tutte le opinioni, dicono, sono rispettabili.
Ma storici e poeti ci anno tramandata la memoria di una donna che Ecelino volle amare per forza: Bianca dalla Porta. Narrasi che Bassano, sollevatasi contro Ecelino, «ebbe governatore Giambattista dalla Porta, che dopo difesala valorosamente, cadde combattendo. Bianca de’ Rossi, sposata a lui da appena un anno, e tutta spiriti virili, volle che il suo lutto fosse vendetta, e sottentrata alla difesa, non cessò finché non rimase presa coll’armi alla mano. O del valore, o della bellezza, o di tutt’insieme incapricciato, Ecelino la richiese d’amore, e rifiutato, tentò violentarla; ma la Bianca, intrepida del pari a protegger la patria e l’onestà, balzò della finestra e fiaccossi una spalla. Guarita, il laido so ne satollò per forza; il quale scorno non potendo essa patire, supplicò le fosse permesso baciare ancora una volta, nell’avello dove giaceva, il sepolto marito: e messo il capo sotto al coperchio e di colpo spuntellatolo, si schiacciò. » (Cantù, Ezelino da Romano)
Carlo Leoni poi, in una delle sue lodate epigrafi, così scolpì la mesta istoria:
BIANCA DE ROSSI
IN FEROCE ASSALTO ECCELINIANO
SULLE TORRI BASSANESI
FE’ DELLE VEDOVILI GRAMAGLIE STENDARDO
PRESA INSIDIATA TRIONFÒ
LE MEMBRA ALFIN VINTE ABBORRENDO
NEL MARITALE AVELLO
INFRANSE
TRE VOLTE EROINA
1253.
Non è qui il luogo di dimostrare che questa avventura, di cui non fanno cenno né i cronisti del secolo XIII, né quelli del secolo XIV, e che dai posteriori è narrata con tante contraddizioni ed anacronismi, è forse una pura invenzione.
È veramente strano che i fatti della famiglia degli Ecelini, che avrebbero potuto essere argomento di tanta maschia poesia, abbiano ispirate cosi poche opere d’arte. Certo che della poesia questa famiglia ne ispirò; ma, se no togliamo i già citati accenni dei grandi poeti, in quanto ci resta c’è poco di buono.
Oltre l’Eccerinis di Albertino Mussato, abbiamo sullo stesso argomento qualche altra tragedia. Gerolamo Baruffaldi nel 1721 scrisse un Ecelino, tragedia che fu rappresentata a Venezia nel teatro di S. Salvatore, e quindi stampata più volte; nel 1800, pure a Venezia, a S. Giovanni Grisostomo, venne rappresentata Padova liberata dal tiranno Ezzelino, tragicommedia di anonimo autore; e nel 1832 Carlo Marenco stampò il suo Ezzelino terzo, tragedia molto migliore delle altre che ho nominate.
Tolte queste, tutte le altre opere d’arte di soggetto eceliniano, si occupano della avventura, forse non vera, di Bianca dalla Porta. Nel 1653 Angelo Matteo Buonfanti de’ Cassarini scrisse a Palermo nientemeno che un poema liritragico, intitolato L’amor fedele di Bianca da Bassano; nel 1671 Carlo Dottori, sotto il pseudonimo di Eleutorio Dularete, stampò a Padova la sua Bianca, dramma tragico in prosa; il canonico bassanese Giammaria Sale diede fuori a Venezia nel 1775, e ristampò in seguito la sua Bianca, tragedia; una Blanca de Rossi fece imprimere a Madrid nel 1804 M. R. Galvez de Cabrerà; e Jos. Collin nel 1809 a Vienna il suo dramma intitolato Bianca della Porta; una tragedia sullo stesso argomento regalò nel 1810 ai Padovani l’abate Pier Antonio Meneghelli; Domenico Vittorelli di Bassano mandò nel 1832 alla luce un poemetto in 32 ottave senza sugo, precedute dal lungo titolo di Storia di Bianca de’ Rossi bassanese tratta dal racconto di un trovatore, Filippo Zamboni mandò fuori nel 1856 ed in seguito ristampò, la sua Bianca della Porta; e Giuseppe Ramelli ci diede nel 1869 la sua Bianca da Bassano. Non mancava che un romanzo; ed a riempire questa lacuna si prestò nel 1871 il signor Giuseppe Bertoldi, che ci diede, col titolo di Bianca de Rossi, un romanzo storico, non migliore delle non sullodate tragedie.
Io vi ò indicato tali opere ispirate al fatto di Bianca non già per invogliarvi a leggerle, ma per consigliarvi a risparmiare il vostro tempo, se l’uno o l’altro di questi scritti avesse a venirvi fra mano. In tutte codeste tragedie, e per colpa dell’argomento che, non che rappresentare, appena si può raccontare, e per la scarsità di vena poetica negli autori, non brilla una scena che valga qualche cosa; ed in tutti non c’è che uno sforzo continuo di esagerare il carattere di Ecelino, che finisce col far ridere invece che incutere terrore, e col diventare una caricatura, un tirannaccio ridicolo da arena, anzi da marionette. Come esempio di tale frenesia, basti citare alcuni versi della più celebre di queste tragedie, quella del canonico Sale; il quale, nell’atto secondo, mette in bocca ad Ecelino che, ripresa Bassano, sta parlando col suo fido Ansedisio, questo commovente e liberale programma di governo:
Monti alzar d’ossa, far di sangue fiumi,
Non lasciar pietra sopra pietra io giuro.
Dimani all’opra. Si assicuri intanto
La già fatta conquista. Altri ne’ lacci
Stringer a forza, cacciar altri in bando,
Altri crucciar, altri svenar è d’uopo.
Né mal si sparge de’ vassalli il sangue
Del Sovrano in onor. Tua cura fìa,
Ch’ogni ribelle con maggior del fallo
Castigo si punisca. Abbrucia, struggi,
Ferisci, uccidi. Sulla salda base
Sussiste del rigor fiorito impero.
Ansedisio, mostrandosi fedele e gentile interprete degli ordini e sentimenti dello zio, al sullodato programma aggiunge il seguente commento:
È colpa la pietà. S’aspetti in pena
Ognun de’ falli suoi tutti i più lunghi
Barbari strazi. Il precipizio, il tosco,
La fiamma, il laccio, e, s’altro v’è sì presto
Modo di scior l’alme ribelli, è poco.
Ansedisio parte, ed Ecelino rimane solo. Bisogna notare che egli, assediando Bassano, si era innamorato di Bianca, che dalle mura difendeva la sua patria. Concepisce, dice il giudizioso canonico Sale, il pensiero di sposarla. Ma ad impedire ciò sorge un piccolo impedimento; ché, quasi per fargli dispetto, fra il primo ed il secondo atto, Bianca aveva sposato il suo Battista, bravo e bello, quantunque non avesse un bel nome. Ma Ecelino non era uomo da retrocedere per queste piccolezze. Manda a chiamar Bianca e lì, in mezzo ad una piazza, le sfringuella le pili dolci espressioni d’amore; ma, da uomo saggio e paziente, non pretende una risposta così su due piedi, in affare di tanto rilievo; e se ne va, lasciando che Bianca, restata lì in piazza, prenda in proposito consiglio dal padre, dal marito e da un amico. Il consiglio di famiglia, dopo qualche discussione, decide a voti unanimi che ad Ecelino si deva dire un no chiaro e tondo. Gli uomini partono, e Bianca resta; ma è inutile l’aggiungere che presto sopravviene Ecelino, ansioso d’avere la risposta. Lascio pensare a voi di quanti colori ne dica sentendosi annunziare un rifiuto! Monta su tutte le furie, si dimena come un invasato, caccia via Bianca, si sfoga un pocolino li all’aria aperta, teme, dubita, perplesso, furioso, spera ancora, e poi pensa:
E se per ira
Più s’ostinasse nell’odiarmi?
Assalito dal fiero dubbio formula il seguente amoroso progetto:
… Allora
si scateni il furor; l’empia si sbrani;
Si squarci Antonio, si tormenti, e sveni
Qualunque ell’ama; la città s’abbruci;
Il popolo si strugga. Ovunque impresse
Si lascin l’orme di mia furia ultrice.
In un altro punto poi della tragedia Ecelino trova modo, rievocando una sublime idea neroniana, di riassumere in poche parole i suoi principi di governo ed i suoi gusti estetici, esclamando:
Di sangue....
Più che d’altro mi pasco. In un sol capo
Io tutti bramo i miei vassalli uniti,
Perch’a torrenti da un sol capo vegga
Il lor sangue a sgorgar. O dolce vista!
E se tutto ciò vi sembra poco, vuol proprio dire che siete incontentabili!
Di tutte queste donne, di tutte queste mogli ed amanti, la tradizione popolare non sa nulla; ma ci conservò però memoria dell’ amore curioso di Ecelino per il sesso gentile.
Narrasi adunque che egli, da buon massaio, quando era a Bassano non mancava mai di andare al mercato; e frequentava con predilezione il luogo ove le donne si recavano a vendere il burro. Egli lo comperava sempre tutto; e, col pretesto di pagare le donne, se le conduceva nella torre di piazza. Lì entro aveva fatto congegnare un terribile trabocchetto, pieno di lance, di rasoi, di coltelli infìssi colla punta all’ insù; e tutte quelle poverette, passando sopra una botola, precipitavano in quel barbaro luogo, e, in grazia di quel congegno che sarebbe andato a genio al brigante Caruso, arrivavano in fondo a fette. La tradizione non ci dice però che gusto trovasse Ecelino in questo grazioso giuochetto, e che odio particolare avesse contro le venditrici di burro.
Un’ altra voce, meno crudele, dice che egli conduceva con sé tutte le donnine belle; e, informatosi poi sulla loro condotta, cacciava via le buone, e prendeva per mogli le cattive; e se questo fosse vero, quel misero Ecelino finirebbe col destare in noi la più profonda compassione.
Un’ altra voce, più semplice, narra che egli, mantenendo un po’ alta la sua dignità principesca, non andava al mercato, ma aveva ordinato che tutte le donne che venivano in piazza col burro andassero da lui ; e poi, con estetica crudeltà, teneva per sé le belle, e cacciava le brutte nel trabocchetto
E per finirla colle donne, noteremo anche che il popolo, avendo la ferma opinione che Ecelino sia stato un re, non poteva dargli in moglie che una regina; e perciò ci racconta che egli era marito della regina Caterina Cornaro, signora di Asolo. È vero che Ecelino morì nel 1259, e Caterina nel 1510; ma a questi piccoli anacronismi il popolo non usa badare.»
(da O. Brentari, Ecelino da Romano nella mente del popolo e nella poesia, 1888)
Monachi Patavini, Chronicon, p. 708: Ab amore satis abstinuit mulierum.







