Un episodio vero e uno inventato smascherano questo atteggiamento e mostrano che, dietro l’incondizionata condanna, i contemporanei conoscevano benissimo il valore del loro dominus. Il primo episodio lo racconta la cronaca del Rolandino, dalla quale emerge, a tratti, una forma di ammirazione per le doti di comandante e per l’audacia del da Romano. Si tratta dell’impresa compiuta nel 1227, quando Ezzelino giunse imprevisto a Verona, scacciando il conte Rizzardo di S. Bonifacio e ottenendo per la prima volta la podesteria della città.
Probabilmente poco posteriore alla morte di Rolandino (2 febbraio 1276) è invece un aneddoto raccontato nell’84esimo testo contenuto nel Novellino.
Un episodio che rivela non solo un tratto dell’eccezionale carattere dell’uomo, ma anche della sua visione politica, tant’è vero che se Ezzelino da Romano restò sempre, fermamente, convinto sostenitore della causa imperiale, egli non fu mai servile, né tanto meno imbelle, nei confronti dell’Imperatore.
Si racconta infatti che un giorno Ezzelino e Federico uscirono a passeggiare con le loro scorte al seguito. Discutendo, i due uomini politici iniziarono a confrontarsi su un tema piuttosto frivolo, cioè chi dei due possedesse la spada più bella.
L’imperatore trasse dal fodero la sua preziosa arma, ornatissima e splendida, vantando la qualità della lavorazione e la ricercatezza dei dettagli in oro e pietre.Il da Romano allora, riconobbe la bellezza della spada dell’imperatore, ma ribatté che la sua era migliore: «Molto è bella – disse Ezzelino –, ma la mia è assai più bella» e così dicendo sfoderò con impeto la sua arma, puntandola verso il sovrano. Al suo gesto seicento suoi soldati fecero lo stesso.
Il grande Federico, splendore del mondo, dovette allora riconoscere, forse anche un po’ intimorito, che l’arma di Ezzelino “ben era la più bella”.








