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Episodi e Aneddoti

La spada dell’imperatore e l’attraversata della Valcamonica

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Ambizioso e geniale, ad Ezzelino da Romano venne riconosciuta già dai contemporanei la capacità di condurre mosse politiche ardite e imprese militari spettacolari. Nonostante non si potesse, per ovvie ragioni di opportunità, rendere pubblicamente onore all’uomo e al condottiero che fu, sono molte le testimonianze che suggeriscono il rispetto che doveva incutere la sua complessa e fortissima personalità.
Un episodio vero e uno inventato smascherano questo atteggiamento e mostrano che, dietro l’incondizionata condanna, i contemporanei conoscevano benissimo il valore del loro dominus. Il primo episodio lo racconta la cronaca del Rolandino, dalla quale emerge, a tratti, una forma di ammirazione per le doti di comandante e per l’audacia del da Romano. Si tratta dell’impresa compiuta nel 1227, quando Ezzelino giunse imprevisto a Verona, scacciando il conte Rizzardo di S. Bonifacio e ottenendo per la prima volta la podesteria della città.
« […] i Montecchi, desiderando scacciare da Verona la parte avversa, mandarono cautamente a dire ad Ezzelino, che stava a Bassano, di venire di nascosto a Verona, dicendo che la parte del conte voleva soggiogarli. (Ezzelino) prese dunque subito la sua strada con quanti uomini di Bassano e del Pedemonte aveva potuto mobilitare e volendo fare un percorso nascosto per la Valcamonica, via di montagna, ossia rocciosa, poco battuta, aspra, fredda e innevata, anche per giungere al fine prestabilito, mandò avanti a sé quaranta uomini esperti, ciascuno con la pala, che ripulivano la via dalla massa di neve accumulatosi negli anni in quei monti. Superati virilmente questi ostacoli giunse inaspettato a Verona. E subito si alzò il grido “Ad arma, ad arma! Za za cavaler Ecelin!” ».
Pur ostile ad Ezzelino, che in molte parti del suo testo condanna senza appello, anche Rolandino sembra subire il fascino dell’impresa della traversata della Valcamonica. Un’impresa che Verci esalterà con grande entusiasmo arrivando a paragonarla al passaggio delle Alpi da parte di Annibale.

Probabilmente poco posteriore alla morte di Rolandino (2 febbraio 1276) è invece un aneddoto raccontato nell’84esimo testo contenuto nel Novellino.
Un episodio che rivela non solo un tratto dell’eccezionale carattere dell’uomo, ma anche della sua visione politica, tant’è vero che se Ezzelino da Romano restò sempre, fermamente, convinto sostenitore della causa imperiale, egli non fu mai servile, né tanto meno imbelle, nei confronti dell’Imperatore.

Si racconta infatti che un giorno Ezzelino e Federico uscirono a passeggiare con le loro scorte al seguito. Discutendo, i due uomini politici iniziarono a confrontarsi su un tema piuttosto frivolo, cioè chi dei due possedesse la spada più bella.

L’imperatore trasse dal fodero la sua preziosa arma, ornatissima e splendida, vantando la qualità della lavorazione e la ricercatezza dei dettagli in oro e pietre.Il da Romano allora, riconobbe la bellezza della spada dell’imperatore, ma ribatté che la sua era migliore: «Molto è bella – disse Ezzelino –, ma la mia è assai più bella» e così dicendo sfoderò con impeto la sua arma, puntandola verso il sovrano. Al suo gesto seicento suoi soldati fecero lo stesso.
Il grande Federico, splendore del mondo, dovette allora riconoscere, forse anche un po’ intimorito, che l’arma di Ezzelino “ben era la più bella”.

 

Ezzelino e Frate Antonio

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« Non teme Antonio di presentarsi a questa orribil furia. Vassene ad Ezelino, lo saluta con titolo d’huomo brutale, e di tiranno, gli rimprovera le sue scelerataggini, lo riprende con aspre e severe parole, lo minaccia e l’atterrisce; esser di già scritta la sua sentenza, di già consumata la di lui infame e abominevol vita, serrato per lui il Cielo, spalancato l’inferno, ne restare altra speranza a quell’anima rebelle, e cruda, che di sempre vivere, e sempre morire a mille sprazzi, mille pene, e mille morti. » (L. Mancini Poliziano, Relazioni da S. Antonio di Padova, 1654).

Sant'Antonio ed Ezzelino

Questo racconta la leggenda e non potrebbe essere altrimenti. Troppo grandi, troppo prestigiosi, troppo seducenti, troppo lontani nella mente del popolo il Santo e il Tiranno di Padova.

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Perchè contare le pecore?

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A quanto pare anche Ezzelino da Romano soffriva di insonnia.
Molte cronache, tracciando un profilo delle sue caratteristiche, fanno riferimento alla sua capacità di resistere al sonno o dormire pochissime ore per notte, ma esiste una testimonianza che racconta di come Ezzelino cercasse comunque di rilassarsi nelle ore dedicate al riposo. Una storiella contenuta nel Novellino è infatti dedicata proprio alla consuetudine del condottiero veneto di farsi narrare favole e aneddoti che lo aiutassero ad addormentarsi. E fu proprio il suo novellatore, rimasto anonimo nelle cronache e negli annali, a costruire una storia il cui esito è ancora oggi abitudine universale: quella di contare le pecore prima di addormentarsi.
Una notte in cui, come di consueto, Ezzelino non riusciva a dormire volle sentire una storia dal suo novellatore che però, questi sì, aveva un gran sonno.
Così iniziò a raccontare la vicenda di un pastore che, col suo grande gregge, si trovava sulla riva di un fiume, diventato grosso per la grande pioggia. Dovendo portare il gregge sulla sponda opposta, chiese ad un pescatore la disponibilità del suo burchiello per traghettare le pecore. L’imbarcazione però era così piccola che poteva portare solo una pecora alla volta. Il pastore quindi caricò la prima pecora e cominciò a vogare, portandola sull’altra sponda. Quindi portò la seconda, poi la terza, poi la quarta, …
A quel punto il novellatore tacque.

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