
“Si narra che il padre di Ezzelino, prima che questi nascesse, vide in sogno il colle di Romano innalzarsi a tanta altezza da toccare quasi il cielo, e poi d'un tratto struggersi come neve, e non esser più nulla: il che avrebbe dovuto significare che il nascituro, giunto in poco tempo a grande altezza, sarebbe poi precipitato in rovina”. (Brentari, 1888)
Tanti sono i racconti, le fole popolari, le leggende, i versi dedicati al più importante condottiero italiano del xiii secolo, tanto che per dire chi fu veramente Ezzelino da Romano occorre sempre partire da lunghe premesse, distinguo, note a margine.
Ezzelino nacque il 25 aprile del 1194 a Romano (oggi Romano d’Ezzelino, in provincia di Vicenza), ma come tutti i grandi personaggi, sono molte le città che vorrebbero fregiarsi del titolo di sua “patria natale”. Omero nacque in sette città, ad esempio.
Certa è la località in cui morì, Soncino, borgo in provincia di Cremona, ma dubbi restano sulla data (la più attendibile è il 27 settembre 1259) e sulla sua sepoltura.
Ambiguo e indefinibile, Ezzelino III da Romano è in questo una leggenda.
Il suo stesso ritratto (solo letterario) lo presenta ora basso e peloso, ora altissimo e instancabile.

Fu detto flagello di dio, come Attila prima di lui, e figlio del diavolo, come il valacco Vlad III Tepes, meglio conosciuto col soprannome di Dracula, dopo di lui. {footnote}Leonardo Pianezzola, “Ezzelino il Tiranno - Origine, analisi e parallelismi storici di una leggenda nera” (appunti di conferenze, riprodotti privatamente), 13 settembre 2009, Soncino (CR).{/footnote}
Fu scomunicato, contro di lui fu indetta una crociata da papa Alessandro iv, il suo nome fu maledetto, la sua famiglia sterminata, distrutto il suo sigillo, bruciati i documenti sulla sua amministrazione, un dominio di quasi quarant’anni su tutto il Pedemonte fu cancellato dalla storia, anzi dalla storiografia.
I predicatori lo indicarono come l’Anticristo, i più diversi uomini di potere l’esempio della tirannia che essi giungevano a risanare, il popolo un fantasma, da temere nelle lunghe notti invernali.
Gli si attribuirono le gesta più empie, esagerandole fino ai limiti del grottesco: genocidi, come le stragi di undicimila padovani o di tremila mendicanti (numeri assolutamente impossibili per l’epoca); crudeli repressioni come l’uccisione del marchese Carlo Cavalcabò, signore di Cremona, avvenuta nel 1406 (a 150 anni dalla sua morte) o atrocità come la presa di Brescia, durante la quale i suoi uomini “sparavano alle donne gravide”, un secolo e mezzo prima dell’avvento delle armi da fuoco…{footnote}Leonardo Pianezzola, “Ezzelino il Tiranno - Origine, analisi e parallelismi storici di una leggenda nera” (appunti di conferenze, riprodotti privatamente), 13 settembre 2009, Soncino (CR).{/footnote}
La storiografia, i predicatori, il potere politico nulla ha potuto però per smorzare la grandezza della sua azione e della sua visione politica né, tantomeno, hanno potuto nulla contro il fascino esercitato da un uomo consapevole e orgoglioso della propria forza, sprezzante della mediocrità, capace di sfidare ogni autorità, ogni legge, ogni convenzione, ogni limite, per affermare la propria libertà.
Per questo, a sette secoli e mezzo dalla morte, Ezzelino da Romano è ancora così vivo nella letteratura e nella coscienza del “suo” Pedemonte.
Ed è qui, in queste terre, che occorre andare per capire il suo sogno politico e militare: tra le Alpi di Trento e Aquileia, fino a Brescia, a Mantova e a Ferrara, in un’area nella quale fu qualcosa più che vicario imperiale, fu dominus incontrastato.
A partire dalle terre della famiglia (i territori di Romano e della Marca trevigiana e di tutti i castelli situati sui colli Euganei) arrivò a Trento, Belluno, Vicenza, Verona, Padova e Brescia, creando una signoria, e unì, di fatto, il Veneto due secoli prima della Serenissima.
Ma fu un sogno ancor più grande a costargli la vita, perché a dieci anni dalla morte di Federico, il sessantacinquenne Ezzelino da Romano riusciva ancora ad immaginare un grande stato che unisse la Marca Trevigiana e Veronese con la Marca del Medio Po.
Perché Ezzelino non fu vinto perché si difese contro un esercito agguerrito e “benedetto” dalle insegne papali: Ezzelino morì per conquistare Milano.
Il suo sogno infatti si sciolse nell’Adda, che cercò di guadare in un mattino di fine estate dell’anno 1259.
Ferito e catturato, si dice, preferì lasciarsi morire di fame, rifiutando ogni cura per il corpo e per l’anima: consapevole forse, di essere già in vita, una leggenda.
In morte diventò il mito che queste pagine web vogliono ripercorrere, non tanto per celebrare l’uomo che fu Ezzelino da Romano, o per un desiderio di revisionismo storico, o per un ideale di potere politico. Ciò che faranno queste pagine digitali sarà presentare un’era e il territorio che, in quell’era, fu il centro del mondo.







