a cura di Leonardo Pianezzola
Per secoli gli storici antichi hanno riportato notizie inesatte descriventi il dominio ezzeliniano nella Marca Trevigiana come uno dei periodi più foschi e terribili del medioevo locale. Infinite guerre e schermaglie tra fazioni – a detta di questi storici – impoverivano il territorio e il libero esercizio di commerci, arti e mestieri. Un quadro a tinte fosche, opportunamente e sapientemente rischiarate dalla competenza degli studiosi operanti nell’ultimo cinquantennio i quali, attingendo non solo alle cronache ma anche a numerose fonti documentarie, hanno ricostruito – e stanno tuttora ricostruendo – un quadro che, se ancora parziale, risulta però molto attendibile al di sotto del profilo della Storia.
Gli antichi storiografi, infatti, basavano i loro scritti principalmente sulle cronache sopravvissute, le quali, quasi tutte di matrice guelfa – e quindi avversa alla figura storica d’Ezzelino – puntavano tendenziosamente a descrivere non tanto gli aspetti della società dell’epoca, quanto piuttosto le numerose operazioni militari, traviando in tal modo l’opinione dei lettori verso l’immagine di un’epoca pervasa dalla distruzione del territorio e dei suoi abitanti.
La guerra medievale era infatti incentrata sulla distruzione e sulla razzia, tanto che questi atti costituivano il suo fine ultimo: devastare il territorio nemico, spogliarlo delle messi, bloccarne il traffico commerciale significava indebolire economicamente la parte avversa, traendone nel contempo vantaggio grazie all’accumulo dei beni razziati.
Al tempo in cui Ezzelino III cominciò la sua ascesa al potere, le lotte tra fazioni non erano di certo rare. Un complesso mutamento sociale stava infatti interessando la Marca: molti nobili feudatari si stavano spostando dal territorio alle città, al fine di accrescere il loro potere grazie al prestigio dato loro dal ricoprire cariche in seno ai consigli comunali. I liberi comuni, formatisi nella pianura padana nel corso dei due secoli precedenti, agevolavano di molto lo sviluppo delle arti e dei commerci, togliendo potere alla miriade di feudatari insediati nel territorio e, a volte, giungendo a dominarli. Fu quindi logica conseguenza di ciò la reazione delle famiglie feudali miranti ad acquisire un proprio posto di potere all’interno dei comuni. Posto che poteva garantire sicurezza per i loro interessi territoriali. In senso negativo, tuttavia, ne conseguì che le lotte tra nobili avversari e fazioni filo papali e filo imperiali si trasferirono anche all’interno delle città padane, non certo contribuendo ad un auspicato sviluppo economico.
Ezzelino III, abile uomo d’arme ma altrettanto abilissimo politico, comprese ben presto questa situazione. La sua visione politica – in pieno accordo d’intenti con l’imperatore Federico II di Svevia – non si limitava ad una parcellizzata realtà territoriale composta da comuni cittadini spesso in lotta tra loro e comunque suscettibili di mutamenti di parte a seconda di chi, all’interno di essi, acquisiva il potere dominante. Ezzelino puntava invece alla creazione di uno Stato sovraterritoriale – di matrice ovviamente filo imperiale – nel quale le lotte tra fazioni dovevano essere annichilite, così come le diatribe tra piccoli feudatari. In tal modo non solo si sarebbe attuata una, seppur forzata, pace politica ma, anche, l’economia in sé ne avrebbe tratto vantaggio, non essendo più disturbata dalle continue sterili lotte.
Per attuare il suo disegno, Ezzelino mirò a decapitare la piramide sociale, limitando a nobili e feudatari l’accesso a cariche elevate. Quando, beninteso, questi non fossero in pieno accordo col disegno politico ghibellino. Al posto dei nobili destituiti, Ezzelino pose persone di elevata fedeltà politica, indipendentemente da quale ceto sociale essi provenissero. Invece di distruggere gli ordinamenti comunali, in sostanza, Ezzelino usò abilmente gli stessi per imporre il suo disegno negli ambienti cittadini, mantenendo tutte le regole e libertà imposte dagli statuti delle città della Marca.
In questo contesto spicca il caso dei “fedelissimi” uomini di masnada operanti nel pedemonte veneto. Essi provenivano in maggior parte da uno stato di semilibertà, dovendo sottostare al giuramento di fedeltà verso la famiglia dei Da Romano. Ezzelino pose moltissimi di questi uomini fedeli in posti chiave dell’amministrazione pedemontana, garantendo loro privilegi e onori adeguati alle loro cariche, tanto che in molti casi essi potevano vantare – benché socialmente semiliberi – beni e lussi superiori ai loro concittadini di superiore condizione sociale, grazie anche alle basse esazioni a loro richieste dal governo ezzeliniano. Anche se la documentazione giunta sino a noi presenta evidenti carenze, diversi di loro appartenevano ai ceti produttivi: in documenti di poco successivi alla caduta di Ezzelino, ma illustranti una situazione già precedente alla stessa, troviamo, tra diversi nominativi bassanesi, fabbri, muratori, falegnami, mugnai, tavernieri, cuochi, conciatori, calzolai, cappellai, orefici, notai, giudici, medici e chirurghi, ma anche giullari e musici. Sintomo di una società attiva e vitale, non certo appartenente a quel buio scenario descrittoci dai cronisti. Parimenti, nella vicina Marostica, operavano fabbri, osti, conciatori, fabbricanti di scrigni, medici, agrimensori, mugnai, sarti, vasari, come giullari e duellanti di professione. Tutti, questi, affittuari o dipendenti diretti di Ezzelino. Sempre dalla medesima analisi si scopre che anche il commercio era vivo e attivo: alcuni dei presenti nel pedemonte tradiscono origini più o meno lontane: abbiamo feltrini e trevisani, come mantovani, veneziani e tedeschi e fiamminghi. Tutte persone che raggiunsero il pedemonte per evidenti motivi commerciali.
Se questa era tuttavia la situazione del pedemonte – già da molti anni fedele al dominio ezzeliniano – non diversamente accadde, seppur con più difficoltà – nelle città venete assoggettate al potere di Ezzelino. Caso significativo è quello della città di Verona nella quale, all’arrivo d’Ezzelino, artigiani e commercianti lamentavano la paralisi della loro attività a causa delle continue lotte di fazione. Le discordie interne alla città erano divenute infatti così forti che – scrisse Rolandino – “la divisione era cresciuta al punto che erano divisi in due parti non solo cavalieri, ma anche popolani e mercanti”. Ezzelino intervenne non solo cacciando dalla città la fazione guelfa fomentatrice di discordie, ma pure allargando il consiglio comunale, comprendendo in esso diversi appartenenti al ceto produttivo cittadino, pacificando quindi la situazione e dando facoltà decisionale a molti di coloro che, pur sostenendo l’economia cittadina, fino a poco prima ne erano esclusi. Storicamente va segnalato come quest’atto rappresentò una coincidenza d’interessi tra il signore da Romano e il ceto medio veronese, tanto che, per tutta la durata del governo ezzeliniano Verona si mantenne grossomodo una città priva di particolari turbolenze politiche. La politica veronese attuata da Ezzelino fece sì che, dopo la sua caduta, Verona non solo non appoggerà le mistificatorie leggende denigranti la sua figura ma, pure, sosterrà l’ascesa di un’altra famiglia ghibellina destinata a creare una delle prime signorie: gli Scaligeri.
Non molto diversa, seppur politicamente più complessa, fu la situazione a Padova, la seconda città della Marca. Città guelfissima, Padova diede non pochi grattacapi a Ezzelino, in particolare per la sua classe nobiliare che, una volta allontanata dai centri di potere – ordì a più riprese congiure contro il potente ghibellino. Ciò accadde soprattutto nell’ultima fase del dominio ezzeliniano, durante la podestaria del crudele Ansedisio Guidotti, vicario imperiale e nipote di Ezzelino il quale, fin troppo zelante e sospettoso, non esitò a far piazza pulita di veri e presunti oppositori, instaurando in città un clima d’odio che fece passare alla storia la figura dello zio come “il Tiranno di Padova”. Nei primi anni della dominazione di Padova, invece, Ezzelino non fece opera diversa da quanto attuato nelle altre città, limitandosi a porre uomini fidati alla guida del governo cittadino e a ridurre le opposizioni interne ed esterne. Lo stesso Rolandino, cronista guelfo padovano, ammise come nel 1246 – quindi nove anni dopo l’entrata in città di Ezzelino – “la città di Padova se ne stava temporaneamente assai placida e tranquilla”. Questo dopo una campagna militare che Ezzelino condusse nel territorio contro gli oppositori guelfi. In quel tempo è più che plausibile come le arti e mestieri all’interno della città proseguissero senza alcuna interruzione. Ad esclusione del blocco dei commerci in direzione delle vicine città di Venezia e Ferrara, attuato per i noti motivi politici che contrapponevano guelfi e ghibellini.
Poco conosciuto all’infuori dell’ambiente accademico, ma altrettanto importante, è il rapporto che intercorreva tra la famiglia dei Da Romano e la cultura. Fin troppe volte additati come barbari tiranni, i Da Romano furono invece grandi mecenati, pareggiando la loro opera in tal senso con quella – molto più nota – dell’altra grande famiglia magnatizia della Marca: gli Estensi. Gli Ezzelini proteggevano e sostenevano numerosi poeti trobadorici nelle loro corti: anche grazie ad essi, l’amor cortese da questi cantato ebbe grande diffusione nella Marca, per voce di grandi poeti come Sordello da Goito e Uc de Saint-Circ. Quest’ultimo fu pure l’autore della prima antologia di testi trobadorici giunta sino ai nostri tempi: il Liber Alberici, così chiamato proprio perché commissionato da Alberico da Romano, fratello d’Ezzelino. Lo stesso Alberico si dilettava di poesia cortese – motivo per cui probabilmente la propaganda guelfa lo accusò di lussuria – e fu verosimilmente committente di quel noto affresco ritrovato non molti anni fa a Bassano, a Palazzo Finco, nel quale viene rappresentato l’imperatore Federico nell’atto di donare una rosa all’imperatrice. La scena, indubbiamente opera di un artista locale, rappresenta anche altri due personaggi: un suonatore di viella (Uc de Saint-Circ?) e un nobile con braccia conserte (lo stesso Alberico o, forse, Ezzelino?).
Numerose sono ancora le tracce storiche che ci descrivono gli Ezzelini in modo diverso da quanto la propaganda filo papale ce li ha descritti. Non barbari crudeli, non predatori dei popoli, non gretti e insensibili individui. Un trovatore, pochi anni dopo, ci descrive Ezzelino come “Lo meior hom che fos al mondo” e un testimone ad un processo, venticinque anni dopo, ancora affermò come egli non sapeva “cosa sia un tiranno, ma so che essi – Ezzelino e Alberico – furono uomini fieri e di grande valore e che non ebbero pari nella Marca”. E l’anonimo monaco padovano, cronista di poco posteriore ai fatti, ma smaccatamente di parte guelfa, annotò – forse con una certa compiacenza – come, dopo la vittoria guelfa e la morte dei Da Romano, “tacquero tutti gli strumenti musicali e i canti amatori. Solo il canto dei penitenti s’udiva ovunque, tanto nelle città quanto nei paesi. Alla sua flebile modulazione i cuori di sasso si smuovevano e ostinatamente gli occhi non sapevano trattenere le lacrime”. Lasciamo a chi legge il giudizio su quest’ultima affermazione.







