La spada era l’arma sicuramente più diffusa negli eserciti medievali. La sua lunghezza era variabile, ma la tipologia più comune era il cosiddetto gladio o spada corta, la cui leggerezza e maneggevolezza ne permettevano un agevole uso. Dal fante al cavaliere quasi ogni combattente ne era fornito, trattandosi di arma indispensabile sia nel caso di offesa sia in quello di difesa. I lunghi spadoni troppo spesso rappresentati in molte illustrazioni erano arma più rara, ed appannaggio perlopiù dei cavalieri. In sostanza, erano queste delle spade da combattimento, le quali permettevano per la loro lunghezza di colpire da cavallo un assalitore a piedi. La spada corta, invece, veniva utilizzata soprattutto nei combattimenti corpo a corpo.
Anche l’elmo si differenziava a seconda della tipologia del combattente. Nel Duecento, i combattenti di estrazione sociale più bassa – come fanti, arcieri e balestrieri – indossavano un elmo che copriva solamente il loro capo. Questa protezione, detta cacetum (caschetto), non differiva di molto dagli elmetti militari moderni, coprendo il capo e lasciando scoperto il viso. In alcuni casi il cacetum poteva presentare un prolungamento metallico a copertura del naso. Il cavaliere di rango, invece, poteva indossare un vero e proprio elmo a copertura dell’intera testa. Diversamente da quanto ci è stato tramandato da diffuse illustrazioni successive, nel Duecento i cavalieri utilizzavano un rozzo elmo cilindrico dotato di una fessura all’altezza degli occhi. La sua pesantezza andava a gravare sulle spalle del cavaliere in modo tale che questi normalmente lo indossava solo al momento di ingaggiare battaglia. I vari tipi d’elmo con visiera mobile saranno invenzione di epoche successive all’epopea ezzeliniana, e prenderanno piede nel corso del Trecento e del Quattrocento.
L’usbergo, o cotta di maglia era un’altra forma di protezione molto diffusa. Esso consisteva in una vera e propria tunica formata da migliaia di stretti anelli metallici a protezione del corpo del combattente. L’usbergo di solito era lungo sino a sotto il ginocchio, ed era provvisto di guanti metallici che però permettevano l’estrazione delle mani nei momenti in cui non ne appariva necessaria la protezione. Era altresì dotato di un cappuccio, sempre metallico, a protezione del capo del combattente, lasciandone scoperto il viso. Lo stesso Ezzelino – narra Rolandino – il 25 febbraio 1237, entrando nella città di Padova, si gettò dietro le spalle il capirone (cappuccio) di ferro e si sporse dal suo palafreno per baciare la porta della città. Già nel corso del Duecento alcuni cavalieri più facoltosi – per meglio proteggersi dai micidiali e più diffusi dardi di balestra – provvidero a far rafforzare i loro usberghi con lamine metalliche di modeste dimensioni, tali da non interferire con la loro mobilità in combattimento. I ritratti di Ezzelino presentati in molte pubblicazioni, tutti successivi alla sua morte, sono in questo campo da criticarsi, in quanto in essi Ezzelino indossa un tipo di armatura quattro-cinquecentesca, sistema di protezione impensabile nel Duecento, ma tuttavia molto utile in un tempo dove l’arma da fuoco aveva preso il sopravvento sulle armi medievali.

Cotta di maglia (usbergo) conservata presso il Museo di Bayeux







