Figura non meno importante delle altre nell’esercito medievale era il fante. Munito di grande scudo, paragonabile a quello dell’antico esercito romano, compito del fante era di far barriera tra il nemico e la schiera dei cavalieri del proprio esercito. Oltre allo scudo, il fante era anche munito di una lancia da puntare verso gli avversari per mantenere una certa distanza. Nel corso del Duecento tale lancia divenne ancor più lunga, tanto da esser definita longa lancea per differirla dalle precedenti in uso. La posizione del fante appariva ovviamente la più rischiosa, dovendo con scudo e corpo resistere all’urto nemico. Trattandosi per la maggior parte dei casi di un combattente d’umile estrazione sociale, nel caso di disfatta dell’esercito si trovava sovente a provvedere da sé alla propria incolumità: mentre i cavalieri dotati di rapide cavalcature si allontanavano velocemente dal campo di battaglia, il fante veniva spesso catturato o ucciso dalle forze avversarie.
Meno conosciuti al grande pubblico, ma presenti in quasi tutti gli eserciti del Duecento, sono gli zaffoni. Questi appartenevano alle classi sociali più umili, e la loro permanenza a fianco degli eserciti era motivata dal guadagno accumulato nella razzia. Il loro impiego predatorio nel territorio nemico costituiva non solo metodo di approvvigionamento per l’attaccante, ma pure una valida arma psicologica nei confronti dell’attaccato. Gli zaffoni, non inquadrati nei ranghi dei combattenti, di solito precedevano di stretta misura l’avanzare dell’esercito, tagliando le messi e devastando il territorio, infliggendo seri danni alle proprietà nemiche. La loro avidità rimane nella storia, ma va considerato come essi nulla fecero per nasconderla, a differenza di altri corpi militari (cavalieri compresi) che avevano buon gioco nel motivare le loro azioni sotto aspetti più colti e onorevoli. A volte accadde che il troppo impeto predatorio degli zaffoni mandasse a monte un’impresa militare. Memorabile il caso in cui le truppe collegate dei fuorusciti trevigiani, uniti a vicentini e padovani, tentarono la riconquista di Treviso, al tempo nelle salde mani di Alberico da Romano. Si era nel marzo del 1258, e gli zaffoni dell’esercito collegato misero tanta foga nel loro lavoro da arrivare sotto le mura della città precedendo di ben un miglio il resto dell’esercito. I mercenari tedeschi di Alberico permisero l’entrata degli zaffoni in città, sterminandoli a mano a mano che questi entravano. Quando l’esercito raggiunse le mura, più di cento persone erano già cadute sotto i colpi dei tedeschi, costringendo l’esercito attaccante all’abbandono dell’impresa.

Fanti con lancia e grande scudo (pavese)
alla Giostra del Saracino di Arezzo
(da www.italiamedievale.it)







