Il cavaliere era senza dubbio l’elemento di spicco dell’esercito medievale. La sua estrazione nobiliare gli permetteva di dotarsi di un armamento di tutto rispetto, entrando a far parte della cavalleria pesante degli eserciti del tempo. La sua persona veniva in campo adeguatamente protetta da arcieri, balestrieri e fanti, sino al momento della carica contro l’esercito avversario, dopo della quale il cavaliere ritornava nei ranghi per riorganizzare la battaglia. In sostanza, il cavaliere costituiva il vero e proprio pugno di ferro utilizzato per sfondare le schiere dell’esercito avversario. Il suo equipaggiamento era composto di cotta di maglia (usbergo), elmo, scudo leggero e spada, nonché di una o più cavalcature che ne garantivano la velocità di azione.
Il numero di queste ne indicava il rango: il tritavo di Ezzelino, Ecelo – ad esempio – raggiunse l’Italia nel 1036 al seguito di Corrado II il Salico portando con sé un solo cavallo, segno che la sua condizione sociale non era proprio delle più solide. Nel Duecento, ai tempi di Ezzelino, un cavaliere di rango disponeva quantomeno di tre cavalcature: un destriero (cavallo da combattimento), un palafreno (cavallo da viaggio) e un ronzino (cavalcatura di ripiego da utilizzarsi nel caso dell’uccisione in battaglia del destriero). In seguito, nel Trecento, alcuni cavalieri giunsero ad avere al seguito persino cinque cavalli accompagnati da un egual numero di assistenti. L’uso di un tal numero di cavalcature aveva pure lo scopo di garantire al cavaliere – diversamente da molte immagini “eroiche” o “cavalleresche” trasmesse ai posteri – una veloce via di fuga in caso di mala parata. Sebbene nel Duecento gli ideali cavallereschi avessero già preso piede nella Marca, non tutti i cavalieri ne erano pervasi, e non erano infrequenti repentine fughe a fronte del nemico, o avidi saccheggi da parte di coloro che nascondevano le loro azioni dietro nobili intenti.
Il berroviere, invece, era componente di una cavalleria leggera utilizzata soprattutto per azioni di disturbo e di razzia (gualdane) nel campo avversario. Protetto da elmo e usbergo, ed armato di scudo e spada, solitamente egli apparteneva ad una classe sociale più umile di quella dei cavalieri. In molti casi egli era un vero e proprio mercenario, proprietario di un cavallo e addestrato al combattimento, messo in campo ogniqualvolta l’esercito attaccante abbisognava della sua collaborazione.

Cavalieri in un affresco medievale (Treviso, Museo Civico Bailo)







