Diversamente da quanto ci è stato trasmesso da certi tipi di letteratura e da certa cinematografia moderna, la battaglia campale nel Medioevo era fatto perlomeno raro. Quando questa avveniva, era principalmente perché due eserciti si trovavano ad affrontarsi per cause di forza maggiore, o nel caso in cui due opposte fazioni impegnate in azioni di reciproco disturbo venivano ad incontrarsi. In quest’ultimo caso l’azione riguardava piccoli manipoli di combattenti, e non certo imponenti eserciti come alcuni intendono far credere. La già citata tattica dell’aggredito consistente nell’usufruire del riparo delle mura per non dover affrontare l’aggressore in campo aperto fu il metodo predominante della guerra medievale. Del resto, non tutti i signori del tempo potevano permettersi di affrontare battaglie contro eserciti mossi da signori più potenti e, di conseguenza, più numerosi.
Nell’eventualità di uno scontro diretto, gli eserciti ponevano in prima linea arcieri e balestrieri, il cui fitto lancio di dardi aveva lo scopo di creare scompiglio e terrore in seno all’esercito avversario. Seguiva la fanteria, munita di scudi e lance, la quale aveva funzione di proteggere i retrostanti cavalieri. Quest’ultimi erano la punta di diamante dell’esercito, in quanto ottimamente armati e opportunamente addestrati nell’arte del combattimento. All’aprirsi della barriera di arcieri, balestrieri e fanti, la cavalleria effettuava un’azione di sfondamento del campo avversario, contando sulla velocità e sull’armamento che le era proprio. In caso di valida resistenza, i cavalieri tornavano nei ranghi per riordinarsi in attesa di un nuovo attacco, protetti dagli scudi dei fanti richiusisi a riccio e dal continuo tiro di arcieri e balestrieri a offesa del nemico.
Nel 1256, dopo la perdita di Padova, Ezzelino tentò di riacquistarne il possesso recandosi sotto le mura della città. Il suo intento era provocatorio, ben sapendo di quanto un assedio fosse operazione molto costosa e pressoché inutile, data la tipologia di una così solida fortificazione. Ezzelino quindi tentò di costringere i militi dell’esercito crociato ad uscire dalla città per affrontarlo in campo aperto, soluzione che sarebbe a lui stata favorevole. Fece opportunamente preparare il terreno al di fuori delle mura, e dispose “sei schiere di cavalieri, splendenti nel fulgore delle armi sui destrieri falerati. Egli si collocò magnifico e temibile nella settima schiera dei suoi Tedeschi, nella quale era solito con più fiducia cavalcare”. L’apparato bellico di Ezzelino era di tutto rispetto ma, sebbene i cavalieri crociati avessero desiderio di ingaggiare lo scontro, venne a loro proibita l’uscita dalla città, costringendo Ezzelino a ritirarsi dopo breve tempo. Secondo l’ottica cavalleresca in uso nel Duecento, egli uscì comunque vincitore da questa situazione, in quanto gli avversari rifiutarono di cimentarsi in uno scontro aperto, dimostrando quella che al tempo veniva considerata viltà.

La battaglia di Legnano, alla quale partecipò Ezzelino I (dipinto di Amos Cassoli)







